Mediazione, attività svolta in concreto dal mediatore e diritto alla provvigione.

E’ indispensabile per maturare il diritto alla provvigione che l’attività svolta in concreto dal mediatore sia il fattore esclusivo e determinante della conclusione dell’affare ?

Si è recentemente occupata della questione la Corte d’Appello di Venezia, rispondendo in termini negativi con la sentenza nr 55/2017 pubblicata l’11.01.2017. La Corte ha affermato che il diritto del mediatore alla provvigione deve essere riconosciuto anche quando l’attività da questi svolta in concreto non sia qualificabile quale fattore esclusivo e determinante della conclusione dell’affare.

La Corte d’Appello di Venezia, richiamandosi ad un principio più volte espresso dalla Corte di Cassazione e già fatto proprio dal Tribunale  di Vicenza nel corso del giudizio  di I°, ha sostenuto che, per maturare il diritto alla provvigione, è sufficiente che, rispetto al negozio concluso dalle parti, l’attività di intermediazione assuma il carattere indefettibile della completezza, non assumendo per contro rilievo, una volta stipulato il negozio medesimo, la contestazione dell’esistenza di originari ripensamenti di una delle parti del rapporto di mediazione, da ritenersi inidonei ad incidere sull’efficacia causale, esclusiva o concorrente dell’opera del mediatore, ovvero l’eventuale successivo intervento di altro intermediario nel corso delle trattative.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte d’Appello, la parte che aveva, infine, acquistato il bene sosteneva che la trattativa condotta dal primo mediatore era fallita e che l’affare era stato concluso con l’intervento di un mediatore diverso, tra l’altro, ad un prezzo diverso.  Rifiutatosi di corrispondere la provvigione al primo mediatore che se ne era occupato, l’acquirente era stato condannato al pagamento della provvigione dal Tribunale di Vicenza.

La Corte di Appello, chiamata  a pronunciarsi  sulla correttezza della sentenza  di I°,  richiamati i principi  sopra esposti, ha confermato la sentenza del Tribunale di Vicenza, rigettando l’appello proposto.  Nel caso di specie, a suo dire, non era stato provato  che il “ripensamento” dell’acquirente (il quale sosteneva di avere interrotto le trattative condotte dal primo mediatore per una questione di prezzo) fosse stato, nel concreto della vicenda, causa di interruzione dell’efficienza causale dell’attività di mediazione originariamente intrapresa. Ciò sia in considerazione della rapidità con la quale si era concluso l’affare rispetto all’interruzione delle trattative, sia del repentino abbassamento del prezzo della vendita, avvenuto in pochissimi mesi, senza una ragione “afferrabile”.

 

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